Transizione energetica in Italia: il peso della burocrazia

La transizione energetica in Italia si scontra con tempi burocratici di 4-5 anni, che rischiano di rendere obsolete le tecnologie prima ancora dell'installazione degli impianti. Gianluca Proietti analizza i colli di bottiglia del settore, il ruolo trainante della finanza e le nuove competenze digitali necessarie per il futuro energetico del Paese.

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3 August 2026
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Key takeaways

Come sta andando la transizione energetica in Italia?

Per Gianluca Proietti, Vice President of Sales Italy di Envision Energy, la transizione energetica in Italia si muove dentro un paradosso netto: le tecnologie rinnovabili sono mature, la strategia europea esiste, la finanza è pronta a sostenerla, ma il passo reale resta frenato da burocrazia lenta e autorizzazioni che non tengono il ritmo del settore.

Il cambiamento, però, è già visibile. L’energia non è più soltanto quella delle ciminiere e degli impianti lontani dalle persone. Si è passati da un modello centralizzato a uno molto più distribuito, vicino alla vita quotidiana, ai tetti delle case.

Tre i driver che hanno cambiato il quadro. Il primo è la decarbonizzazione, spinta dagli obiettivi che i governi si stanno dando. Il secondo è la digitalizzazione: informatizzazione degli impianti, IoT, intelligenza artificiale, cybersecurity. Il terzo è il passaggio dal semplice consumatore al “prosumer”, il cittadino che non si limita a usare energia ma la produce, la monitora e decide come impiegarla.

È un cambio di immagine, certo. Ma anche di rapporto con l’energia. Più diretto, più domestico, più leggibile.

Cosa frena davvero la transizione energetica in Italia?

Il principale ostacolo alla transizione energetica in Italia, nella lettura di Proietti, è la lentezza burocratica: i tempi autorizzativi possono arrivare a 4-5 anni, abbastanza da rallentare investimenti, far slittare gli obiettivi e portare sul mercato impianti progettati con tecnologie già superate rispetto all’evoluzione del settore.

Qui il punto si fa concreto. Envision Energy produce turbine eoliche, e l’esempio che porta è semplice: oggi si autorizzano progetti eolici con turbine disegnate 5-6 anni fa. In un comparto dove la tecnologia avanza ogni giorno, significa inseguire.

La velocità manca. Manca anche l’automazione delle procedure, proprio mentre strumenti come l’intelligenza artificiale potrebbero alleggerire passaggi amministrativi e snellire iter che oggi restano pesanti. Almeno in Italia, quel salto non è ancora avvenuto. Il risultato si vede anche nel linguaggio della politica industriale: obiettivi che slittano, scadenze che si allontanano, protocolli che cambiano orizzonte. Prima 2030, poi 2035, “tra un po’ arriveremo a 2050”. La strategia resta sulla carta. Il tempo, no.

La finanza conta più dell’innovazione industriale nella transizione energetica?

La spinta più forte alla transizione energetica oggi arriva dalla finanza, osserva Proietti, perché le tecnologie rinnovabili sono ormai mature e gli investitori le considerano abbastanza pronte da sostenere business plan con ritorni attesi, accesso al capitale e criteri di sostenibilità sempre più rilevanti nelle decisioni.

La formula è meno romantica di quanto spesso si racconti. Per il cliente finale, alla fine “è un business plan”, con ritorni che devono essere garantiti. Molti operatori presenti sul mercato sono la parte front-end di fondi di investimento o fondi pensionistici. La tecnologia c’è già. Il denaro si muove perché sa di poterla usare.

Conta anche il perimetro ESG. Chi segue determinati criteri di sostenibilità ha un accesso più facilitato alla finanza. E questo sposta il baricentro.

“Ahimè è brutto dirlo”, ammette, “però quello che secondo me tira un po’ di più è sicuramente la finanza”. Una frase secca. E molto rivelatrice.

L’autonomia energetica europea è realistica oppure no?

L’autonomia energetica europea è realistica solo sul piano strategico, nota Proietti: sulla carta esistono linee guida e obiettivi, ma la loro realizzazione si scontra con ritmi troppo lenti e con una dipendenza energetica che le crisi internazionali continuano a ricordare con brutalità.

La distanza tra piano e realtà è tutta lì. Da una parte ci sono le strategie europee; dall’altra, guerre e tensioni che riportano al centro il tema della dipendenza. Non come dibattito teorico, ma come fatto che riemerge ogni volta che il contesto si incrina.

Il freno, ancora una volta, è lo stesso. Burocrazia. Tempi. Capacità di trasformare una direzione politica in cantieri, impianti, rete, produzione.

E l’Europa, in questo racconto, non è fuori dal problema. Lo condivide.

L’Italia può tornare a essere un player industriale nell’energia?

L’Italia può tornare a contare come player industriale nell’energia, secondo Proietti, ma non nel breve periodo: il Paese ha perso terreno nella filiera e nella ricerca e sviluppo, mentre oggi la competitività asiatica è molto elevata e richiede tempo per essere colmata.

Un tempo, ricorda, l’Italia “era un fiore all’occhiello della tecnologia”. Quel piglio si è perso. Non del tutto, ma abbastanza da cambiare posizione nella catena del valore.

L’Asia oggi “la fa da padrone”. La frase non gira intorno al punto. Esistono segnali di ritorno, alcune realtà che stanno provando a rimettere in piedi una filiera, e strumenti europei come il Net Zero Industrial Act potrebbero aiutare. Però non basta evocare una politica industriale per recuperare dieci anni.

C’è un vuoto anche nella ricerca e sviluppo. E quello pesa quanto la manifattura. Recuperarlo non è impossibile, ma non sarà immediato.

Qui entra bene il senso della sua risposta a Giuseppe Paone, Senior Director & Board Member di WeHunt: il rischio, per l’Italia, è smettere di essere un luogo che produce tecnologia e restare soltanto un mercato che la compra.

Quali competenze servono oggi per lavorare nella transizione energetica?

Le competenze che servono oggi nella transizione energetica uniscono profili tradizionali e nuove specializzazioni: project management, permitting e commissioning restano centrali, ma crescono il peso di cybersecurity, gestione dei dati, accumulo e capacità di governare quando e come l’energia viene immessa in rete.

Il settore non parla più soltanto di impianti. Parla di servizi di rete, di revenue generate non solo dalla produzione del kilowattora, ma dal momento in cui quel kilowattora viene venduto, acquistato o immesso nel sistema. È un passaggio tecnico, ma cambia il lavoro.

Con l’avvento degli accumuli, questa capacità diventa critica. Servono figure che sappiano leggere i dati, capire i tempi giusti, gestire energia e mercato insieme. Non basta produrre. Bisogna orchestrare.

Poi ci sono i ruoli che restano strutturali: project manager, permitting manager e commissioning manager. Figure che presidiano autorizzazione e costruzione. Senza quelle, il sistema si inceppa ancora prima di arrivare all’esercizio.

Cosa dovrebbe studiare un giovane che vuole lavorare nell’energia?

Per chi vuole lavorare nell’energia, Proietti indica un percorso aperto: ingegneria ambientale, elettrotecnica, elettronica, meccanica e profili IT sono basi solide, mentre la differenza nei prossimi anni la faranno aggiornamento continuo, familiarità con digitalizzazione e cybersecurity, e la capacità di non fermarsi a una sola competenza.

Il suo consiglio parte da una convinzione molto semplice: è una “bella scelta”. La motiva con un’immagine quotidiana, quasi domestica. Quando si entra in casa, si accende la luce, si mette in carica il telefono, si controlla che il Wi-Fi funzioni. L’energia è lì. Sempre.

Le carriere, poi, si dividono. Ci sono quelle tecniche, dove i rami dell’ingegneria restano una strada naturale. E c’è la parte IT, sempre più importante per effetto di intelligenza artificiale, digitalizzazione e cybersecurity.

Più interessante ancora il passaggio sulla vendita. L’università non insegna davvero il sales. Lui stesso arriva da un percorso da ingegnere informatico, poi spostato verso la vendita. È una scelta che può maturare dopo.

Su cosa non fare, la risposta è asciutta: non fermarsi. Idrogeno, batterie, accumulo, digitalizzazione. In pochi anni il lessico del settore cambia, e con lui cambiano le professionalità richieste. Restare fermi, qui, significa uscire dal tempo giusto.

La fotografia che emerge dall’intervista è meno ideologica di quanto spesso accada quando si parla di energia. La transizione non si ferma perché mancano visione o tecnologie: si ferma quando procedure, filiere e competenze non riescono a stare dietro alla velocità del cambiamento. Ed è proprio in quella distanza, tra ciò che sarebbe già possibile fare e ciò che davvero si riesce a realizzare, che si gioca una parte della competitività industriale italiana.

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