Come cambia il settore fieristico tra community e nuove competenze

Nel nuovo episodio di WeHunt Talks, Rossano Bozzi, Business Unit Director di BolognaFiere, racconta ad Andrea Parisi, Director WeHunt, come le fiere si siano trasformate in piattaforme relazionali continue e quali competenze servono oggi

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28 July 2026
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Key takeaways

Come sta cambiando il settore fieristico?

Per Rossano Bozzi, Business Unit Director di BolognaFiere, il settore fieristico è uscito dalla fase più dura della pandemia ma non è tornato quello di prima: gli attori sono in gran parte gli stessi, però gli equilibri competitivi si sono mossi, e oggi la capacità di adattarsi alle dinamiche di mercato pesa più di quanto pesasse prima.

La cesura è netta. Il Covid è stato un “dirimente”, un momento di discontinuità che ha imposto agli operatori di guardare con più precisione al valore creato per gli stakeholder, prima di tutto i clienti. Non era un dettaglio. E non era nemmeno scontato.

Prima, quel focus poteva restare coperto da altre logiche: dinamiche politico-istituzionali, inerzie di tradizione, il fatto che per molti clienti la fiera fosse comunque “il place to be”. Oggi quel paracadute non basta più. Restare rilevanti richiede un lavoro diverso, più vicino al mercato e meno protetto dall’abitudine.

Nel passaggio compaiono anche i numeri del gruppo BolognaFiere, con una crescita da circa 235 milioni di euro di fatturato al 31/12/2023 a poco più di 300 milioni nel bilancio che il gruppo si appresta a presentare al 31/12/2025, con un EBITDA migliorato in modo significativo. Il punto, però, non è il numero in sé. È la lettura che ne dà: chi ha saputo interpretare il cambio di scenario ha guadagnato terreno.

Cosa rende un settore davvero “fierabile”?

Bozzi descrive un settore “fierabile” come un mercato abbastanza polverizzato, sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, dove gli operatori hanno un’utilità concreta nel ritrovarsi e confrontarsi in un unico momento, anche se quel momento oggi non coincide più soltanto con la data di apertura della manifestazione.

La parola è brutta, lo ammette lui stesso. Ma funziona. Serve a fissare un criterio semplice: la fiera ha senso quando mette ordine in un ecosistema frammentato, dove incontrarsi non è un rito ma una scorciatoia di valore. Domanda e offerta si cercano, si osservano, si misurano. In presenza, ancora.

Solo che il perimetro si è allargato. Non si parla più soltanto di espositori e visitatori che si vedono per due o tre giorni, ma di community composte da attori già presenti nel settore e da nuovi ingressi che cambiano le dinamiche dell’industria. Il lavoro dell’operatore fieristico si complica: non basta organizzare bene una manifestazione, bisogna capire come si muove quel mondo prima, durante e dopo.

Per questo entra in scena una logica end to end. L’obiettivo non è guardare all’evento dell’anno X, ma presidiare l’intera value chain del settore, così da intercettare meglio le opportunità di business generate dal contatto tra domanda e offerta. Più che un calendario, una regia.

Perché oggi le fiere sono piattaforme di community e non solo eventi?

Nella lettura di Bozzi, le fiere sono diventate piattaforme di community perché il valore non si concentra più soltanto nei giorni della manifestazione: il vero lavoro sta nel gestire relazioni, ingressi di nuovi player, scambi e segnali di mercato lungo tutto l’anno, dentro settori che continuano a muoversi anche quando i padiglioni sono chiusi.

Il cambio si sente anche nel linguaggio. La manifestazione resta il momento più visibile, ma non è più l’unico. È un punto di emersione. Un picco. Sotto c’è una trama continua fatta di relazioni, conversazioni, osservazione dei trend, lettura dei bisogni.

Quando Andrea Parisi, Direttore WeHunt, richiama l’idea dei “due giorni, tre giorni”, la risposta va proprio lì: non solo in quei giorni. Sono momenti in cui si percepiscono i trend, si crea innovazione, si trova un’idea che poi può essere sviluppata nei piani produttivi, nei reparti di ricerca e sviluppo, nel marketing delle aziende.

La fiera, allora, non è descritta come un semplice luogo di matching. È un momento di “commitment della community”. Formula interessante, perché sposta il baricentro: non conta solo chi incontra chi, ma quanto un settore riconosce in quello spazio un luogo dove prendere decisioni, testare direzioni, rinnovare la propria presenza nelle value chain e nelle supply chain mondiali.

Quali competenze servono oggi per lavorare nel settore fieristico?

Bozzi individua un cambiamento preciso: le competenze richieste si stanno spostando dal prodotto verso le aree upstream e downstream, e per chi lavora nelle fiere questo significa soprattutto saper parlare il linguaggio di marketing, sales e relazioni, non limitarsi a una conoscenza tecnica del manufacturing.

Il ragionamento parte dalle aziende clienti, che BolognaFiere incontra soprattutto nel manufacturing. Per anni, molte di queste realtà sono state product driven: forti sul prodotto, sull’innovazione, sull’efficienza produttiva. Un’impostazione che ha sostenuto anche il successo di diversi distretti industriali.

Adesso il baricentro si muove. Da una parte ricerca, sviluppo, innovazione; dall’altra le dinamiche di mercato, quindi marketing e vendite. Le aziende si stanno dotando di queste competenze e chi lavora nelle fiere deve essere in grado di dialogare con loro sullo stesso piano. Non basta conoscere il settore in astratto. Bisogna capire come quel settore genera domanda, come vende, come si racconta, come costruisce relazioni.

Le hard skills che cita sono chiare: conoscenza delle lingue e specializzazione in marketing e vendite. Poi arriva la parte meno standardizzabile, e forse più decisiva. La capacità di leggere la value chain di settori diversi attraverso il dialogo con i loro protagonisti. L’ottima capacità relazionale. La lettura delle dinamiche di un settore. Sono competenze che si possono acquisire, ma richiedono anche una propensione particolare.

Breve sintesi? Non cercano specialisti di prodotto.

Cercano persone capaci di gestire community. E per farlo bisogna saper leggere quei “micromondi” che, alla fine, sono fatti di persone.

Cosa sanno fare meglio le imprese italiane nei mercati internazionali?

Alla domanda di Parisi, la risposta di Bozzi è diretta: sì, l’Italia sa ancora essere campione in alcuni comparti, soprattutto dove conta una creatività applicata anche ai processi industriali, capace di tradursi in innovazione, personalizzazione del prodotto e servizio dentro catene di fornitura globali.

Non entra in una lista rigida di verticali all’inizio. Preferisce una caratteristica comune. “Tutto quello che è creativo in termini positivi”, ricordando che si può essere creativi anche in un processo industriale. Qui lega il vantaggio italiano a un tratto culturale: il modo di fare impresa in Italia, l’abitudine ad arrangiarsi, l’ingegno che da lì può nascere.

Il passaggio più concreto arriva subito dopo. Gli italiani sono stati capaci nel tempo di entrare nelle catene di fornitura globali e di servirle in modo efficiente ma anche customizzato. È questa combinazione che considera distintiva. Non solo efficienza. Non solo flessibilità. L’una insieme all’altra, con una componente di servizio che accompagna il prodotto.

Poi i settori li fa. Farmaceutico, meccanica specializzata, aerospace, automotive aftermarket, ceramico, macchine agricole, cosmetico. Ambiti molto diversi, tenuti insieme da un tratto comune: innovare personalizzando.

Ed è esattamente quel tratto che, a suo avviso, le manifestazioni fieristiche devono riflettere. Non come vetrine statiche, ma come luoghi in cui quella capacità si vede all’opera, si confronta, si affina.

Le fiere, in questa prospettiva, assomigliano meno a un contenitore e più a un’infrastruttura relazionale. Se il settore si muove verso community permanenti, value chain presidiate e competenze commerciali più forti, allora il lavoro non è semplicemente organizzare eventi: è capire come un’industria si trasforma mentre la si mette in connessione.

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