Elena Riva, co-owner e chairwoman di Panino Giusto, racconta a Francesca Cenci, Director WeHunt, come l'azienda sia diventata una B Corp coniugando crescita economica, sostenibilità e inclusione sociale. Attraverso progetti concreti di welfare e formazione, il brand dimostra come la ristorazione moderna possa mettere davvero le persone al centro.

Key takeaways
Per Elena Riva, co-owner e chairwoman di Panino Giusto, il percorso dentro l'azienda parte da una passione personale per il brand e si trasforma in un progetto imprenditoriale costruito insieme al marito, fino ad arrivare alla guida di una realtà che, come emerge dall’intervista condotta da Francesca Cenci, conta 32 locali, 400 dipendenti e oltre 30 milioni di fatturato.
All'origine c'è una formazione familiare. Riva racconta di venire da una famiglia brianzola di imprenditori attivi nel design e di avere maturato in quel contesto una certa idea di eccellenza italiana. Il passaggio al food, nella sua lettura, non è una deviazione ma una continuità: come il design e la moda, anche il cibo può esprimere creatività e maestria del Paese.
Poi arriva il punto decisivo. Prima cliente, poi imprenditrice, vede in Panino Giusto la possibilità di fare del panino italiano un'icona della tradizione gastronomica, con la stessa dignità di prodotti già consacrati come la pizza e la pasta. È una formula semplice. E molto ambiziosa.
Da qui discende anche il tono con cui parla dell'azienda: non come di un marchio da amministrare, ma come di un progetto da custodire e far evolvere, tenendo insieme identità italiana, crescita e responsabilità.
La crescita di Panino Giusto, nella ricostruzione di Riva, passa da una linea tenuta ferma nel tempo: difendere i valori fondanti dell'impresa anche quando il contesto costringe a decisioni dolorose, adattando il modello operativo ma non la gerarchia delle priorità.
Il passaggio più netto è la pandemia. La chairwoman ricorda una fase "senza precedenti", segnata anche dalla chiusura dei locali all'estero. Non addolcisce il quadro. Parla di scelte dolorose, di un settore messo sotto pressione per un periodo lungo, di una selezione naturale che ha richiesto alle aziende capacità di resistere sul piano economico-finanziario, prima ancora che di raccontarsi.
I capisaldi, però, restano tre: centralità delle persone, attenzione alla qualità dei prodotti, sostenibilità. Poche parole, ma usate come un perimetro. Dentro quel perimetro l'azienda ha cambiato molto: investimenti forti nella digitalizzazione, l’estensione dell’offerta alla fascia serale dell’aperitivo, un lavoro sull'accoglienza e sull'esperienza cliente per renderla più distintiva.
Anche la lettura del mercato è concreta. Riva osserva una ristorazione sempre più concentrata su un core product, una spinta verso la verticalizzazione dell'offerta e una riduzione degli spazi, legata all'aumento dei costi immobiliari. Il lessico è quello di chi guarda i numeri e il banco insieme. Non solo la visione.
Per Panino Giusto, diventare società benefit nel 2019 e ottenere a marzo 2020 la certificazione internazionale B Corp significa dare una forma misurabile a un modo di fare impresa che già esisteva, portando dentro la struttura aziendale l'idea di restituire qualcosa all'ambiente e alla comunità.
Il passaggio nasce in un anno simbolico, quello dei 40 anni del brand. Riva insiste su un punto molto preciso: lei e il marito non si considerano fondatori, ma "custodi". La parola conta, perché sposta l'asse. Non si tratta solo di far crescere un'azienda; si tratta di lasciarle qualcosa in più per il tempo in cui la si guida.
Prima della svolta benefit, racconta, c'erano già molti progetti dedicati alle persone: iniziative per i giovani talenti, percorsi di inclusione, attenzione al talento femminile. Il limite era un altro. Erano interventi "spot", non misurabili, dipendenti in gran parte dalla volontà personale.
L'incontro con il movimento B Corp offre una cornice diversa. Da lì cambia anche la vision dell'impresa: "rendere il mondo più giusto attraverso un panino". E cambia il significato stesso del nome. Se negli anni Settanta "giusto" richiamava qualcosa di cool, alla moda, oggi viene reinterpretato come equo, inclusivo, sostenibile. Una parola sola, due epoche.
Nella pratica descritta da Riva, mettere le persone al centro nella ristorazione significa costruire formazione, ascolto e strumenti di supporto che incidano davvero sulla vita lavorativa e personale dei collaboratori, invece di limitarsi a dichiarazioni di principio.
Gli esempi che porta sono molto concreti. Nell’ultimo anno cita un progetto di educazione finanziaria, nato dalla consapevolezza che in Italia una donna su cinque non dispone di un conto corrente intestato a proprio nome. Accanto a questo, un servizio di supporto psicologico con sessioni gratuite per i collaboratori, pensato per sostenere il benessere personale.
C'è anche un lavoro più lungo, meno visibile ma decisivo, sui giovani talenti interni. "La fabbrica dei sogni" accompagna la crescita personale e professionale delle persone in azienda. Non è l'unico tassello. Riva parla di workshop sulla valorizzazione del talento femminile, di iniziative sul work-life balance e di un corso dedicato a riconoscere le competenze che si sviluppano durante la maternità, per trasformarle in punti di forza professionali.
Il tono qui cambia. Diventa quasi intimo, soprattutto quando racconta la propria esperienza di madre di tre figli e di imprenditrice in un contesto spesso maschile, ricordando di essersi sentita, all’inizio, “un po’ persa”. Non c'è retorica dell'equilibrio perfetto. Dice che non è stato facile, che si è sentita spesso manchevole, che il supporto ricevuto ha fatto la differenza.
Per Panino Giusto, la ricerca delle persone giuste parte soprattutto da giovani che hanno concluso un percorso nell'hospitality e continua con formazione costante, collaborazione con le scuole alberghiere e opportunità di crescita che, secondo Riva, hanno portato il turnover sotto il 10%, ben al di sotto della media del settore.
Qui i numeri servono a dare corpo al metodo. La maggior parte dei dipendenti, spiega, entra a 18 o 19 anni e prosegue il percorso per molto tempo. L'età media negli store è di 28 anni. C'è anche un dato che per lei racconta bene il lavoro fatto sull'inclusione: circa 37 nazionalità diverse rappresentate in azienda.
Non è solo una questione di recruiting. È il modo in cui si immagina la ristorazione. Riva la descrive come un settore sempre più organizzato, capace di offrire ai giovani opportunità “straordinarie”, al pari di altre industrie. Una frase che prova a spostare lo sguardo su un comparto spesso letto solo attraverso la fatica e il turnover.
Dentro questa visione entra un progetto a cui dice di tenere moltissimo: "Cucinare per ricominciare". Nato nel 2015 durante la guerra in Siria e inizialmente rivolto ai rifugiati, è stato poi esteso a tutte le persone in cerca di una seconda possibilità. Il meccanismo è netto: formazione professionale accurata e inserimento lavorativo concreto. Prima si impara, poi si entra davvero.
Nel racconto di Riva, il nome Panino Giusto oggi riflette i valori del brand perché la parola "giusto", nata alla fine degli anni Settanta come espressione di qualcosa di cool e alla moda, viene riletta come equità, inclusione e sostenibilità dentro un progetto d'impresa più consapevole.
La storia parte dalla Milano da bere,dagli yuppie, dal movimento dei paninari nato proprio in città. "Giusto" era un termine del tempo, quasi uno slang identitario. I fondatori lo scelgono per questo. C'era dentro un'energia precisa, urbana, riconoscibile.
La rilettura arriva dopo. Quando l'azienda decide di diventare società benefit e B Corp, quel nome smette di essere solo un'eredità e diventa una responsabilità. Essere all'altezza del proprio nome, per Riva, vuol dire far coincidere il marchio con un'idea di impresa equa e inclusiva. Non è un'operazione cosmetica. È un vincolo che si sono dati.
Ed è forse il passaggio più interessante dell’intervista: un brand nato in un certo clima culturale evolve, senza rinnegare le proprie origini, verso un significato più esigente.
Panino Giusto emerge così come un caso in cui la sostenibilità non viene raccontata come reparto separato, ma come criterio con cui leggere tutto il resto: leadership, selezione, formazione, inclusione, perfino il senso di un nome storico. Nel discorso di Elena Riva la ristorazione resta un mestiere concreto, fatto di prodotti, locali, persone e conti che devono tornare. Proprio per questo il modello B Corp non appare come una cornice esterna, ma come un modo per dare misura e continuità a scelte che altrimenti resterebbero episodiche.

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