L'olimpionico Antonio Rossi spiega come disciplina, collaborazione e capacità di reinventarsi guidino il successo nello sport e in azienda.

Key takeaways
Per Antonio Rossi, passare da atleta a manager vuol dire iniziare il percorso prima del ritiro, capire dall’interno come funziona il proprio settore e costruire un nuovo ruolo senza aspettare che la carriera agonistica finisca del tutto. Non è un salto secco. È una transizione preparata, fatta di incarichi, osservazione e apprendimento istituzionale.
Già mentre si allenava, pensava al post carriera. Non voleva fare l’allenatore. Voleva restare nello sport come dirigente.
Da lì arriva una sequenza precisa di esperienze: la candidatura come rappresentante degli atleti, l'esperienza in giunta CONI, poi il Consiglio nazionale, ancora il ruolo di presidente della Commissione Atleti del Comitato Olimpico Europeo. Prima di parlare di “reinvenzione”, c’è stato un lungo lavoro per capire il sistema sportivo italiano dall’interno. Scrivanie, organismi, processi. Meno visibili di una finale olimpica, ma decisivi.
Poi il passaggio operativo. Prima a livello provinciale, poi regionale, fino all’esperienza da assessore allo Sport in Regione Lombardia con Roberto Maroni e, successivamente, da sottosegretario allo Sport, alle Olimpiadi 2026 e ai Grandi eventi sportivi con Attilio Fontana. Il tratto interessante è proprio qui: il dopo non nasce da un’uscita traumatica, ma da una continuità di campo. Cambia il ruolo, non il terreno.
Rossi individua nel metodo una pratica da adattare continuamente, non una formula da ripetere: il successo arriva quando si lavora per obiettivi, si curano i dettagli e si resta pronti a cambiare approccio anche dopo anni in cui quel sistema ha funzionato. Il metodo serve proprio perché non è rigido.
La sua premessa è netta: non si è mai considerato un talento naturale. “Il mio vero talento” era la mentalità, la capacità di lavorare forte e di porsi obiettivi. È una definizione molto concreta, quasi antiromantica. Niente aura del predestinato.
Il resto viene di conseguenza. Le metodologie cambiano crescendo, e cambiano anche quando i risultati arrivano. Cinque edizioni dei Giochi Olimpici significano attraversare epoche diverse, strumenti diversi, perfino un diverso modo di stare in relazione con avversari e compagni. Dal 1992 al 2008, il contesto si è trasformato profondamente: più dati, più tecnologia, più informazioni in circolo. Restare fermi sarebbe stato un errore.
C’è anche un altro passaggio che vale oltre lo sport. Il riposo “è allenante quanto l’allenamento”, l’alimentazione incide, i particolari contano tutti. Non esiste una prestazione alta costruita su un solo fattore.
E poi la frase che tiene insieme esperienza e fiducia: la metodologia migliore è quella in cui credi. L’allenatore, in questa visione, non impone soltanto. Deve farti capire perché quel lavoro funziona. Se succede, il metodo smette di essere una procedura esterna e diventa qualcosa che l’atleta può abitare davvero.
Antonio Rossi racconta il momento del ritiro come qualcosa che si può preparare, ma non svuotare del tutto del suo impatto: si può arrivare pronti a lasciare la gara, però il vuoto della routine e dell’identità sportiva resta, e va riempito con scelte nuove. Non basta chiudere una carriera bene. Bisogna anche imparare a stare nel dopo.
Il suo racconto parte da una sensazione molto precisa. Prima della finale di Pechino 2008, dove arrivò quarto, ebbe la percezione che quella sarebbe stata la sua ultima gara ad alto livello. Non aveva paura. Era preparato e voleva godersi il momento.
Questo non cancella il contraccolpo. Una volta a casa, quando sai che non farai più quella vita, “ti manca tantissimo”. Per anni era stato abituato a sette ore di allenamento al giorno, tranne la domenica. Poi quel ritmo sparisce. Resta un vuoto secco.
La reazione iniziale è quasi istintiva: prendere tutto, accettare qualsiasi ruolo, tenersi impegnati per capire cosa si vuole fare davvero. È una frase onesta, poco levigata, e proprio per questo utile. La reinvenzione non nasce sempre da un piano perfetto. A volte comincia da una fase di esplorazione confusa, persino affollata.
C’è però una condizione che aiuta: aver lasciato lo sport “come volevo”. Non all’apice, necessariamente. Ma con la sensazione di aver chiuso il cerchio nel modo giusto per sé.
Per Rossi, una mentalità vincente si costruisce partendo dalla base, accettando di non essere il più dotato e trasformando quella mancanza percepita in disciplina, progressione e fiducia nel lavoro quotidiano. Il punto non è arrivare subito. È crescere “step by step” fino a rendere il metodo più forte dell’ansia del risultato.
L’inizio, del resto, non aveva nulla di mitologico. Nato a dicembre, nelle categorie giovanili si trovava a gareggiare con ragazzi più grandi, a volte anche di due anni, già più formati fisicamente. Aveva iniziato con il nuoto, poi era passato alla canoa seguendo il fratello. E si definisce senza giri di parole: “ero veramente una schiappa”.
Non vinceva neppure i campionati regionali. Qui entra in scena il primo allenatore, importante proprio perché non cercava il risultato immediato. Lavorava sulla base. Sulla crescita. Su un tempo lungo che oggi, ascoltando il racconto, sembra quasi il vero lusso formativo.
Il primo titolo italiano arriva dopo. Solo dopo nasce il sogno della maglia azzurra.
Anche il passaggio al Gruppo Sportivo Fiamme Gialle della Guardia di Finanza viene spiegato così: non come consacrazione, ma come accesso a un ambiente dove allenarsi con ragazzi più esperti e con atleti internazionali. Rossi usa un paragone molto semplice con il lavoro: è come partire da una piccola azienda familiare e poi entrare in una realtà più grande, dove hai più possibilità di crescere.
La mentalità, allora, non è una parola astratta. È il modo in cui si sta dentro a quel percorso quando all’inizio non c’è niente che faccia pensare a una carriera straordinaria.
Nel racconto di Antonio Rossi, il lavoro di squadra insegna che la performance comune nasce fuori dal momento della gara, quando persone diverse imparano a convivere, a condividere stress e a limare abitudini opposte senza trasformarle in un problema. Serve affiatamento. E serve un obiettivo abbastanza forte da tenere insieme tutto il resto.
Gareggiare in due ha un vantaggio immediato: lo stress prima della gara si divide. Ma non è solo una questione emotiva. C’è anche un senso di responsabilità reciproca molto forte. Ad Atlanta, dopo tre anni senza scendere dal podio con Daniele Scarpa, la sua paura maggiore era che potesse succedergli qualcosa e compromettere la medaglia “per colpa mia”.
Il punto, però, si vede ancora meglio negli episodi di convivenza. Nel K4, alla soglia dei quarant’anni, si ritrova con compagni di venti e trent’anni. Tre generazioni, tre problemi diversi. Lui con i figli a casa e la moglie che chiedeva quando sarebbe tornato; gli altri alle prime esperienze olimpiche, spinti dalla voglia di emergere. L’equilibrio nasce da uno scambio: lui si affida alla loro energia, loro alla sua esperienza.
Ancora più nitido il ricordo di Sydney 2000 con Beniamino Bonomi. Grandi amici, ma persone “completamente diverse”. Un mese insieme prima delle gare per trovare l’affiatamento. Rossi si alzava presto e voleva la luce in stanza; l’altro preferiva più tardi e il buio completo. Dettagli minimi, in apparenza. In realtà sono il materiale vero di ogni collaborazione.
La frase che resta è questa: “quando hai un obiettivo smussi tutti gli angoli”. Non c’era il suo metodo giusto e quello dell’altro sbagliato. C’era un traguardo alto, e la necessità di convergere.
Vale in barca. Vale anche in ufficio.
Rossi descrive un quadro doppio: in generale vede più schermi, meno movimento e meno voglia di attività fisica, ma quando guarda i ragazzi che praticano davvero uno sport trova ancora passione, continuità e disponibilità a impegnarsi, soprattutto se non vengono schiacciati dalla pressione degli adulti. Il problema, quindi, non è una generazione intera. È l’ambiente che la circonda.
La sua osservazione parte da un dato di esperienza quotidiana. Sì, ci sono molte ore perse davanti ai telefoni. Sì, questo porta a muoversi meno. Ma il giudizio si ferma lì, non diventa una condanna generica.
Quando entra nei singoli sport, il tono cambia. Vede ragazzi e ragazze appassionati, capaci di restare a lungo anche dopo l’università o quando iniziano a lavorare. Continuano ad allenarsi con il “gusto giusto” di chi fa sport.
C’è una condizione, però. Devono essere lasciati tranquilli. Senza genitori che arrivano alle gare e chiedono perché non si allenino in un altro modo, perché non vincano subito, perché non accelerino. La pressione sul successo immediato, in questo passaggio, appare quasi più dannosa della tecnologia.
E c’è un’immagine molto concreta che chiude il ragionamento: oggi lo sport è una delle poche attività in cui un ragazzo arriva, lascia il telefono in borsa nello spogliatoio e per un paio d’ore se ne separa. Basta questa scena per capire che il valore non è solo agonistico. È anche educativo, quasi fisico, nel senso più elementare del termine.
Rossi riconosce due riferimenti centrali nella propria formazione: il padre, per i valori e il modo di stare con le persone, e l’allenatore che ha creduto in lui quando non era ancora forte ma mostrava già voglia di lavorare e di fare fatica. Due figure diverse. Una privata, una sportiva. Entrambe strutturanti.
Del padre sottolinea il lavoro di medico e soprattutto il modo di rapportarsi alle persone. È un’eredità di carattere, prima ancora che di insegnamento esplicito. Quel modo di relazionarsi gli è servito anche nel rapporto con i compagni di barca.
L’altro riferimento è il suo allenatore, che è stato anche suo testimone di nozze. Un legame lungo, personale, non riducibile al campo. Il punto decisivo è la fiducia anticipata: ha creduto in lui quando i risultati non bastavano ancora a giustificare grandi aspettative.
Vedeva altro. La disponibilità al lavoro. La fatica accettata senza scorciatoie.
È una forma di mentorship molto concreta: non ti dice chi diventerai, ma riconosce il materiale su cui puoi costruirti.
C’è un filo che tiene insieme tutto il resto dell’intervista. Nello sport come nei ruoli arrivati dopo, Rossi torna sempre lì: nessuno regala niente, e se vuoi rimetterti in gioco devi rispettare tutto quello che hai fatto prima. Non per nostalgia. Perché il metodo, quando funziona davvero, continua a valere anche quando cambia il campo in cui lo applichi.

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